Arturo Carlo Quintavalle 

STORIA E -POLITICA- DELLE SCRITTURE

Ho pensato che questo fosse il titolo che più conveniva all’insieme delle opere che si propongono nella mostra. Scritture, un tema che esce dal dibattito degli anni ’60 e ‘70, un tema che vede a confronto linguistica strutturale e antropologia. Certo, i diversi attori di questa mostra hanno seguito un input molto preciso , quello del tema proposto nella pagina “Dove sta scritta l’arte” . E, prima di tutto, diciamolo, la parola a stampa, come quella disegnata, dipinta, scavata, ricavata a collage è sempre invenzione, è sempre grafia, è sempre racconto. Lo prova la storia intera della scrittura e della grafica, la storia del libro e quella dei manoscritti. E oggi, in tempi in cui la scrittura, anzi le scritture stanno trasformandosi grazie ai nuovi media, recuperare il fatto a mano, l’artigianale fatto a mano, non ci esclude dalla storia ma ci fa capire che noi, dalla storia, anche di quella della grafica, discendiamo. E del resto, salvo pochissime eccezioni, quasi tutti questi artisti giocano con la scrittura a stampa o con qualche medium che ha attraversato o è stato funzionale alla scrittura a stampa, a una qualsiasi forma di stampa.

Ogni artista qui ha scritto una proposta, una presentazione, una spiegazione della sua opera e così, in alcuni casi, utilizzerò quelle parole. Mi sembra il modo più corretto per spiegare il loro lavoro ma, ad esse, aggiungerò qualche riferimento alle vicende dell’arte perché, riflettiamoci, essere dentro la storia, dentro le lingue della storia dell’arte è un segno, vuol dire fare arte entro la koinè, la lingua anzi le lingue comuni alla civiltà dentro la quale tutti noi viviamo. Avverto anche che seguirò un ordine diverso da quello alfabetico. Mi hanno intrigato i pezzi di Lucio Braglia, e non per i riferimenti a Rimbaud oppure a Calvino, ma perché l’accostamento della lettera alla immagine viene fuori dalla tradizione della Enciclopedia, ma anche da quella degli abbecedari dell’infanzia. Ma dietro questi accostamenti, a monte, sta una forte attenzione per le lingue dell’Informale anche quando la citazione Pop è molto evidente. 
Si confronta con la scrittura Alberto Reggianini e lo dice lui stesso: “dal 1994 dipingo prevalentemente forme di animali”, ma quello che il titolo propone “un cinghiale come allora”, è, alla fine, come un teschio attorno al quale stanno grafie scavate dentro il legno, oppure sovrapposte, leggibili ma non interpretabili. Una storia che va indietro fino a Moore e a Sutherland, ma senza dimenticare gli Otages di Fautrier. Insomma un pezzo durissimo, intenso. Nella nostra storia il peso della Pop Art è stato ed è ancora molto evidente, ma lo è anche la distruzione delle immagini-scritture squadernate sui muri del nostro quotidiano e alcuni artisti mi sembra facciano riferimento proprio a quei linguaggi. Così Angelo Zani che, in ben bilanciati riquadri strappa, come in certo Mimmo Rotella e ancora in Luigi Ghirri, frammenti di lettere e di immagini. Mediato dalla fotografia è il lavoro di Nero Levrini che sovrappone “il logo della ditta…la grafica, il colore” per costruire uno spazio dove si mescolano vecchie immagini e figure recenti, lettere sopra tutto, ma lettere che, come ho detto, sono immagini. 

Diverso in parte il caso di Francesca Artoni che muove dal terremoto del 2012 e, a Reggiolo, incontra i resti delle distruzioni, ma anche frammenti, indizi di una celata memoria, quella di un vecchio quotidiano fascista; quelle parole si trasformano in affioramenti, segni affiancati da una materia densa, tessuti di colori e di parole. Diverso l’impianto di Loretta Costi che sembra mettere insieme lo spazio sospeso fuori del tempo di Mark Rothko con la grafia intesa come immagine delle lettere, continuum bruno su fondo chiaro. Ancora la fotografia determina le scelte di Claudio Panciroli che ricorda l’11 settembre: ecco dunque “la scritta incombente su un palco vuoto” e sotto “gli strumenti abbandonati”, una immagine che si collega a “Nicola Piovani e il Quintetto, Festa Democratica Pesaro 2011”; dunque una foto controluce, profili neri, lettere in alto e gli strumenti che mimano il profilo dei grattacieli di New York. 
Maria Grazia Candiani usa la scrittura Braille, “che permette di essere trapassata dalla luce”, e la sua opera appare come ritmo, come grafia, che peraltro si sfalda proprio per via della luce; colpiscono i tagli dei fogli, in asse, obliqui, circolari, e ancora il loro dissolversi nell’ombra. Diverso ma sempre legato al tema delle scritture il caso di Luca Bertolotti che sceglie un tema lontano e poco studiato “i Tuareg, un popolo senza nazione, ma con una identità culturale sostenuta dal tamasheq” e questi segni bianchi su fondo scuro ricordano certe esperienze anni ’70 di Mario Schifano e, in genere, le scelte sulla luce e con la luce delle avanguardie di quel periodo tra Lucio Fontana e Dan Flavin.
Dopo questo gruppo più strettamente legato alle scritture ecco alcuni artisti che cercano una dimensione dello spazio e nello spazio. Così Claudio Salsi che punta al rapporto fra scritture e le geometrie di fili chiarissimi: ecco una lampada sospesa, dietro l’alfabeto maiuscolo, una struttura che evoca la ricerca concettuale.
 Giuseppe Bigliardi propone una “interpretazione del testo di Foucault Il pensiero del fuori” e propone lastre trasparenti sulle quali si assiepano e deformano scritture di parole, come in certa Giosetta Fioroni o in Carla Accardi. Enzo Zanni scrive: “L’artista Spoerri appiccicava avanzi di cibo su di un quadro che veniva esposto in galleria come opera d’arte”, ma questi libri “sospesi in aria, leggeri e eterei come un pensiero” evocano anche altro, magari Beuys e forse una scena di Blow Up. Dunque ancora una volta le ricerche, le lingue, si intersecano. Gianfranco Adorni sospende “caratteri tipografici di legno” a “chiodi e fili di rame”, una invenzione raffinata che a me ricorda certe sculture vibranti e sottili di Fausto Melotti, comunque siamo davanti a un racconto anche autobiografico, l’autore infatti viene da “lunghi anni trascorsi in tipografia” dove, certo, quei grandi caratteri di legno li avrà adoperati al massimo per fare i titoli.
Roberto Peroncini scrive: “il tema dell’opera presentata è l’inchiostro…un materiale umile e quotidiano. Da un mare d’inchiostro nasce il segno”. Sono parole graffite, scavate dentro il colore, oppure segnate a conté, che affiorano in alto, segnate con l’inchiostro a porre il problema della scrittura che nasce e affonda in un magma denso di matrice Informale.
C’è in mostra una piccola scatola delle meraviglie, una scatola come quelle delle vecchie foto Polaroid, nella quale Antonio Contiero ha composto, come un manifesto, un singolare pieghevole, le fotografie che Paolo Barbaro, con passione e dedizione, è andato scattare a Fellegara, per ritrovare le origini, la prima casa di Luigi Ghirri e della sua famiglia. Il testo di Paolo, sottile, attento, e quello dolce e dedito della figlia di Luigi, Ilaria, colpiscono per la loro forza umana. Ma colpisce anche il contributo rilevante sul piano del linguaggio che esce dal singolare paginato del catalogo-pieghevole-manifesto, una grafica diversa dove i riferimenti al Politecnico di Elio Vittorini sono evidenti. Le fotografie qui non sono semplice documento, sono infatti tutte rilette, composte, sovrastampate usando le scritture della astrazione, quella di di Malevitch e di Max Bill, quella del Kandinskij degli anni Venti e della Gonçiarova o magari quella di Tatlin. Insomma, una macchina per pensare i caratteri e le composizioni, per scavare nella memoria e ricordare il maggiore fotografo degli ultimi decenni e, nello stesso momento, per evocarne un luogo mitico, la casa con la falce e il martello dove, scrive Ilaria, Luigi voleva avere vissuto e dove viveva il suo sogno di una sempre più lontana rivoluzione. Ecco, è anche questo il senso -politico- delle scritture.  

Marzio Dall'Acqua

NELL'ARTE UNA CHIAVE PER CAPIRE IL NOSTRO TEMPO E L'INCONTRO/SCONTRO TRA CULTURE

Nel presente e in futuro la rivoluzione non sarà più possibile: ci saranno solo rivolte. La rivolta è una ribellione sociale violenta ad un ordine sociale e politico che non si può più tollerare, mentre la rivoluzione è il frutto di un’utopia, un sogno radicale di mutamento per ricreare un nuovo ordine che si intravede, ma non si conosce ancora, tutto da inventare. Mentre sempre di più assisteremo a contaminazioni, nel flusso migratorio di popoli e di idee, nella globalizzazione sempre da ridefinire tra identità locali e tensioni verso un’unità che tecnica e sapere, di cui, oltre che flussi umani e mutamenti politici, sposteranno sempre più i confini, in un gigantesco processo di trasformazione inevitabilmente secolare. Nell'antica Grecia ed a Roma, poi, vennero definiti i “generi” delle arti. Le prime forme teoriche di giudizio furono riservate alla letteratura e su queste si modellò quella che possiamo chiamare la “critica d’arte”, in nuce, che continuò e venne precisandosi nel Rinascimento e nei secoli a seguire. Da qui una rigorosa distinzione tra pittura “alta” definita dall’iconografia religiosa, storica e mitologica, trattata con “inventio” all’interno di una tradizione da proseguire ed innovare solo nel continuo rapporto tra pittura e poesia, per cui unicamente questi generi vennero a lungo considerati vera pittura e vera arte. “Genere” quindi viene ad indicare nel XVIII secolo tutte le categorie minori della pittura: ritratto, paesaggio, natura morta, scene della vita quotidiana e popolaresca, arte erotica. Così la pittura “alta” era arte, come la scultura - anch’essa distinta per generi - l’architettura, mentre tutte le altre forme d’espressione figurativa erano “arte minore”. Già con gli impressionisti questo castello teorico viene sgretolandosi e la contaminazione si insinua prima all’interno della pittura stessa e poi tra le arti, per cui oggi non solo non riconosciamo l’esistenza di forme “minori” d’arte, ma neppure differenziazioni tra gli stili che non siano quelli del valore linguistico usato, fino ad arrivare all’abbandono di ogni forma particolare di materiale da usare per le opere d’arte o condizionarle con soluzioni univoche, mescolandole ai suoni, alla musica, come  l’environment, le installazioni, l’happening e il ricorso a tecnologie nuove, come il video ed il computer, in un processo che segna l’evoluzione stessa dell’arte del ventesimo secolo, della sua continua innovazione tecnologica e teorica, dando vita a molti “ismi” di correnti o tendenze che si proponevamo come esemplari e totalmente innovative. in un susseguirsi ondivago senza soluzione. Si sono recuperate al linguaggio artistico, la fotografia, il cinema, la danza, la pubblicità, la moda, il teatro e ogni forma di espressione in un mescolamento di linguaggi che una contaminazione spinta ed insieme un ibridismo, che spesso lasciano sconcertato il pubblico che ancora si muove con criteri di giudizio inadeguati. I linguaggi artistici un tempo indicati localmente come arte cinese, arte giapponese, africana, ecc. ed i mezzi che erano loro propri, hanno perduto ogni caratterizzazione localistica e si offrono agli artisti in un processo globale. Lo stesso confine tradizionale tra scienza ed arte spesso e' stato non solo varcato, ma spostato in territori inesplorati.

“I paesi che sono riusciti a creare le condizioni migliori per partecipare agli scambi globali di capitali, di beni e servizi, di informazioni e di persone, sono gli stessi che sono in grado di trarre i maggiori benefici da tali scambi. Sono più esposti a contaminazioni tra idee, progetti di ricerca, iniziative imprenditoriali, buone pratiche, talenti. E in ultima istanza, questo non può che voler dire migliori anticorpi rispetto ai periodi di crisi e maggiore capacità di attivare meccanismi di crescita strutturali – cioè indipendenti dal ciclo economico. Questo tipo di apertura permette alle imprese di prosperare, di adattarsi e guadagnarsi un posto nella competizione globale. Permette alle nostre Università di esprimere eccellenze e guidare l’innovazione, e ai Paesi di creare conoscenza produttiva in tutti gli ambiti.” (Carlo De Benedetti)
In questo caso le contaminazioni dell’arte, gli ibridismi di forme, di generi, di strumenti e di materiali, persino di obiettivi, hanno solo anticipato e preceduto quelle della società, del costume e della storia, che nell’ibridismo, nella creolizzazione delle culture vedono il problema vero del nostro tempo, da ridefinire continuamente in un equilibrio instabile che coinvolge anche la definizione dell’identità collettiva e individuale, come questa mostra cerca di porre all’attenzione di spettatori attenti. Ciò accade anche nel linguaggio usato dai nostri giovani nella “messaggistica cellulare”, accade nell’estendersi della possibilità di produzione di immagini-segnale che attraverso la rete, da Youtube ai social network come Facebook o myspace, diventano mezzi specifici di comunicazione e quindi fondano nuove grammatiche e nuove sintassi per nuovi linguaggi.   E l’arte non può certo sottrarsi a tentare di creare una nuova lingua e nuove parole, nello stesso tempo educando i contemporanei.

 

Gino Ruozzi
LEONARDO TRA ARTE E SCRITTURA

Per i contemporanei Leonardo era un prodigio e il racconto delle Vite di Giorgio Vasari lo presenta in una dimensione quasi favolosa. Nella nostra lettura di posteri ormai lontani, a cinquecento anni dalla morte dell’artista l’epoca di Leonardo ci sembra un’età meravigliosa. Umanesimo e Rinascimento rappresentano il culmine della civiltà europea e tutto il mondo ci invidia l’arte di Leonardo e di Raffaello, di Botticelli e di Michelangelo, per dire soltanto alcuni dei tanti nomi che illuminano la storia dell’arte universale e che costituiscono la maggiore attrazione del turismo culturale italiano e continentale. Agli artisti consacrati dalle Vite di Vasari si affiancano e si aggiungono scrittori di rilievo internazionale quali Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, Baldassarre Castiglione e Pietro Aretino. Senza dimenticare che pure Leonardo e Michelangelo furono scrittori di pregio. 
Nella più celebre lettera di Leonardo indirizzata nei primi anni Ottanta del Quattrocento a Ludovico il Moro signore di Milano, egli mise in primo piano soprattutto le proprie capacità di artigiano, artista, abile e geniale inventore di opere di guerra. Nel dettagliato curriculum egli si propone in primo luogo come ingegnoso «maestro» di «instrumenti bellici», per i quali possiede e vanta preziosi «secreti mei». Sono decenni di arte della guerra e Leonardo è perfettamente in sintonia con il proprio tempo, tutt’altro che sognatore ma uomo che vuole rispondere con prontezza e talento a precise esigenze pratiche, ai bisogni offensivi e difensivi dei principi, rinviando a eventuali, successivi e incerti tempi di pace le opere di belle arti. E anche nella più famosa opera milanese di belle arti, l’Ultima cena nel refettorio del monastero domenicano di Santa Maria delle Grazie, «il miracoloso e famosissimo cenacolo di Cristo con i suoi discepoli» dipinto tra il 1495 e il 1498, pur se il tema è ai vertici del sacro è nello stesso tempo anche la messa in scena della congiura per eccellenza della cultura occidentale.
Secondo Vasari, Leonardo diede «principio a quella terza maniera» della pittura «che noi vogliamo chiamare la moderna». Leonardo è quindi all’inizio della modernità. Non solo in pittura e nell’arte naturalmente. La sua tensione sperimentale inaugura quel primato dell’esperienza che ha distinto la storia da allora in poi, quell’età che appunto, per convenzione e per realtà, definiamo «moderna». 
Egli ribalta il principio di autorità, mettendo in primo piano il valore dell’esperienza, quello stesso valore che primeggerà nelle opere di Machiavelli e di Guicciardini, di Ariosto e di Montaigne. Leonardo separa nettamente gli «inventori» dai «recitatori», coloro che «allegano» in modo meccanico «gli altori» e non verificano ciò che dicono sulla base dell’esperienza, «maestra ai loro maestri». Leonardo incarna novità concettuali e materiali che vanno ben oltre la pittura e investono e modificano l’intero arco della conoscenza. 
In letteratura Leonardo non ha lasciato opere compiute ma frammenti e idee di opere. Sul piano formale i suoi scritti possono essere pertanto definiti aforistici, nel senso di brevi, non conclusi e sparsi; osservazioni, appunti e memorie che documentano le proprie ricerche, deduzioni e illuminazioni, tracce e ipotesi di lavori in corso. Spesso si tratta di annotazioni artistiche, geografiche, militari; talvolta di citazioni ricavate dai propri libri, con preferenza per quelle di natura sentenziosa e favolistica, specie del prediletto Esopo. Molte considerazioni sono dedicate alla natura, in una prospettiva esplorativa ed enciclopedica.

 

Leonardo ha scritto aforismi, bestiari, favole, facezie, indovinelli, profezie, visioni, enigmi, motti, tra i quali spicca l’«ostinato rigore» associato alla figura di un aratro. Carlo Emilio Gadda amava soprattutto le sue favole esopiche, da cui trasse ispirazione e motivi per il proprio Primo libro delle Favole pubblicato nel 1951. Per Giovanni Papini, che con la rivista «Leonardo» (1903-1907) lo assunse a modello di rinnovamento della cultura italiana del Novecento, «certi suoi aforismi sul mondo e sull’uomo non sono soltanto scoperte non ancor finite di scoprire ma sono capolavori di espressione, rapidi, sapidi, talvolta epigrammaticamente arguti, talvolta genuinamente poetici»; e Giuseppe Prezzolini ha sostenuto che i frammenti di Leonardo da Vinci sono la sorprendente rivelazione letteraria d’un genio scientifico.

Leonardo è nemico della «ridondanza», egli punta alla brevità sostanziale, aprendo la strada della «nuova scienza» rigorosa e rivoluzionaria di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella, di Galileo Galilei e di Paolo Sarpi. Protagonista del movimento umanistico del rinnovamento del pensiero e delle lettere, Leonardo indaga e sintetizza, osserva e prova le cose per «esperienza» e «discrezione», come pochi anni dopo faranno Machiavelli e Guicciardini.
Noi lettori odierni di Leonardo siamo affascinati dalla sua arte, dal suo sapere scientifico e dai suoi pensieri, la cui imperativa lapidarietà ci suggerisce fantasie e valori che rispecchiano perfettamente l’animo di Leonardo e ci fanno seriamente riflettere.

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